
Sono tre giorni che nella mia piccola casetta dai tappeti colorati e nascosta dagli alberelli si sta un po’ più stretti.
Ora fino a questo momento i soli inquilini eravamo io e la flora qualche truppa di granelli di polvere che nonostante la buona volontà e gli ultimi rimedi sul mercato sembrano non abbiano proprio voglia di andarsene (triste conseguenza di abitare in campagna).
All’allegra comitiva si è aggiunto poi un pesce rosso e dopo attentissima riunione si è scelto il nome di Capitano, gentilmente concessomi da mia nipote Martina che con due occhi candidi da Bamby si è presentata al mattino prima della scuola dicendomi che “Puzza proprio il mangime. Te lo prendi?Dovrebbero scrivere che puzza. Se non lo prendi lo posso buttare a mare che sta più largo”. Fatto sta che per un giorno il povero Capitano si è dovuto accontentare di un’insalatiera di vetro trasparente riempita di acqua e con qualche sasso sul fondale finché non ho trovato qualcosa di più decente.
Giovedì scorso del resto, ancora assonnata con gli occhi impastati apro la cigolante porta di legno azzurra sul retro della casa (maledetta salsedine) esco stiracchiandomi mentre aspetto che il caffè fumante esca dalla caffettiera e abbracci tutta casa, neanche un passo e spiaccico con il mio piede rigorosamente incalzinato una non meglio identificata macchia viscida umidiccia, una piccola montagnetta di fanghiglia marrone, inodore, tutta concentrata sulla mattonella centrale quella sbeccata da quando mi cadde la piastra di ghisa.
Chiaramente la prima ad essere sospettata è stata Flora che sdraiata sul tavolo da giardino si era degnata d guardarmi giusto di sghimbescio senza troppi struggimenti come se la cosa non le interessasse.
Non c’erano impronte sul pavimento, né possibili strisce che facessero pensare a qualche vermetto strano, niente.. fatto sta che con la santa pazienza di un’assonnata mi tolgo il calzino inzaccherato e mi metto a pulire quella sporcizia.
Dopo poco sento un campanello di una vecchia bici cigolante avvicinarsi lungo il viale, rumori che annunciano l’arrivo di Clara. Così si fa colazione da Morgalia, il caffè fumante versato nelle tazzone di ceramica un po’ ehm vissuta e servito accompagnato dai quattro superstiti frollini al grano saraceno e zucchero di canna, all’ombra del grande carrubo , fiore all’occhiello della mia casa.
Clara dopo avermi parlato del più e del meno ed essersi tracannata tre frollini incomincia a piangere a dirotto così dal nulla, parlandomi delle varie sue vicissitudini tempestose con Claudio.
Ultimo di una sequela di prove e possibilità, c’è da dire che stavolta le mirabili avventure Claudiesche avevano raggiunto davvero quasi il colmo: beccato in pizzeria con tavolo vista mare, in affettuoso dialogare con giovane trentenne tacchi altissimi e eyeliner da pistaciclabile si giustifica dicendo che in realtà non poteva essere lui a quel tavolo perché lui odia le pizze con tavolo vista mare.
Cerco di calmarla come una buona amica può fare e comincio a pensare alla cosa più dolce che conservavo in casa, miglior rimedio per i lacrimoni pungenti di fine settembre. In effetti a guardare la mia simpatica pancetta poco doveva esserci rimasto di dolce in casa, poi mi viene in mente il rimedio di zia Grimilde.
Veloce mi dirigo sul retro della casa per prendere uno di quei barattolini di miele di cotogne che Ingrid mi ha regalato per Natale e spiaccico stavolta ciabattando di nuovo la montagnetta di fanghiglia che si era riformata allo stesso identico punto.
Flora manco c’era nei paraggi, per tutto il tempo si era imbatuffolata sulla seggiola assieme alla disperata Clara e all’assonnata me medesima, prendendosi le sue coccole.
Di nuovo nessuna impronta poi guardo in su, magari penso è qualcosa caduta dall’alto e vedo che da sopra la plafoniera uscire un piccolo rametto e impasto pagliericcio. D’aspetto aveva lo stesso colore e consistenza di quando provo a fare il castagnaccio d’inverno e ogni anno poi butto tutto perché o viene su una mega piattaforma in titanio o una banchina dal cuore ancora umidiccio e crudo.
Così vedo volteggiare due rondinelle una più minuta e l’altra dalla coda più lunga, stanno preparandosi il nido.
Probabilmente le compagne di viaggio saranno già partite, le chiamo Flock e Geremia il maschio che ha gli occhietti buffi ed è il più impavido.
Prendo il barattolino di miele così torno da Clara con il mistero risolto e il magico barattolo di miele nelle mani ad affogare i nostri tumulti amorosi in caldi abbracci zuccherini e ipotesi comuni..
Ora fino a questo momento i soli inquilini eravamo io e la flora qualche truppa di granelli di polvere che nonostante la buona volontà e gli ultimi rimedi sul mercato sembrano non abbiano proprio voglia di andarsene (triste conseguenza di abitare in campagna).
All’allegra comitiva si è aggiunto poi un pesce rosso e dopo attentissima riunione si è scelto il nome di Capitano, gentilmente concessomi da mia nipote Martina che con due occhi candidi da Bamby si è presentata al mattino prima della scuola dicendomi che “Puzza proprio il mangime. Te lo prendi?Dovrebbero scrivere che puzza. Se non lo prendi lo posso buttare a mare che sta più largo”. Fatto sta che per un giorno il povero Capitano si è dovuto accontentare di un’insalatiera di vetro trasparente riempita di acqua e con qualche sasso sul fondale finché non ho trovato qualcosa di più decente.
Giovedì scorso del resto, ancora assonnata con gli occhi impastati apro la cigolante porta di legno azzurra sul retro della casa (maledetta salsedine) esco stiracchiandomi mentre aspetto che il caffè fumante esca dalla caffettiera e abbracci tutta casa, neanche un passo e spiaccico con il mio piede rigorosamente incalzinato una non meglio identificata macchia viscida umidiccia, una piccola montagnetta di fanghiglia marrone, inodore, tutta concentrata sulla mattonella centrale quella sbeccata da quando mi cadde la piastra di ghisa.
Chiaramente la prima ad essere sospettata è stata Flora che sdraiata sul tavolo da giardino si era degnata d guardarmi giusto di sghimbescio senza troppi struggimenti come se la cosa non le interessasse.
Non c’erano impronte sul pavimento, né possibili strisce che facessero pensare a qualche vermetto strano, niente.. fatto sta che con la santa pazienza di un’assonnata mi tolgo il calzino inzaccherato e mi metto a pulire quella sporcizia.
Dopo poco sento un campanello di una vecchia bici cigolante avvicinarsi lungo il viale, rumori che annunciano l’arrivo di Clara. Così si fa colazione da Morgalia, il caffè fumante versato nelle tazzone di ceramica un po’ ehm vissuta e servito accompagnato dai quattro superstiti frollini al grano saraceno e zucchero di canna, all’ombra del grande carrubo , fiore all’occhiello della mia casa.
Clara dopo avermi parlato del più e del meno ed essersi tracannata tre frollini incomincia a piangere a dirotto così dal nulla, parlandomi delle varie sue vicissitudini tempestose con Claudio.
Ultimo di una sequela di prove e possibilità, c’è da dire che stavolta le mirabili avventure Claudiesche avevano raggiunto davvero quasi il colmo: beccato in pizzeria con tavolo vista mare, in affettuoso dialogare con giovane trentenne tacchi altissimi e eyeliner da pistaciclabile si giustifica dicendo che in realtà non poteva essere lui a quel tavolo perché lui odia le pizze con tavolo vista mare.
Cerco di calmarla come una buona amica può fare e comincio a pensare alla cosa più dolce che conservavo in casa, miglior rimedio per i lacrimoni pungenti di fine settembre. In effetti a guardare la mia simpatica pancetta poco doveva esserci rimasto di dolce in casa, poi mi viene in mente il rimedio di zia Grimilde.
Veloce mi dirigo sul retro della casa per prendere uno di quei barattolini di miele di cotogne che Ingrid mi ha regalato per Natale e spiaccico stavolta ciabattando di nuovo la montagnetta di fanghiglia che si era riformata allo stesso identico punto.
Flora manco c’era nei paraggi, per tutto il tempo si era imbatuffolata sulla seggiola assieme alla disperata Clara e all’assonnata me medesima, prendendosi le sue coccole.
Di nuovo nessuna impronta poi guardo in su, magari penso è qualcosa caduta dall’alto e vedo che da sopra la plafoniera uscire un piccolo rametto e impasto pagliericcio. D’aspetto aveva lo stesso colore e consistenza di quando provo a fare il castagnaccio d’inverno e ogni anno poi butto tutto perché o viene su una mega piattaforma in titanio o una banchina dal cuore ancora umidiccio e crudo.
Così vedo volteggiare due rondinelle una più minuta e l’altra dalla coda più lunga, stanno preparandosi il nido.
Probabilmente le compagne di viaggio saranno già partite, le chiamo Flock e Geremia il maschio che ha gli occhietti buffi ed è il più impavido.
Prendo il barattolino di miele così torno da Clara con il mistero risolto e il magico barattolo di miele nelle mani ad affogare i nostri tumulti amorosi in caldi abbracci zuccherini e ipotesi comuni..